I tatuaggi nella storia: Antica Roma

La modificazione del corpo tramite tatuaggi, mutilazioni e pigmentazioni è una pratica che si può trovare agli albori della vita sulla terra. L’uomo, da sempre, esprime significati profondi tramite queste pratiche. Non in tutto il mondo e in tutte le epoche, però, i tatuaggi sono visti in maniera positiva. Ne è un esempio l’antica Roma che ricrea il suo concetto di bellezza sulla base di quello greco. Per i romani appartenenti all’Impero, cioè dal I secolo a.C fino al V secolo d.C, era considerato bello solo ciò che era naturale, armonico, e non ciò che veniva ottenuto artificialmente. Con il passare del tempo, tuttavia, il pensiero si è modificato e i legionari cominciarono a farsi tatuare in onore della patria.

Antica Roma

Il tatuaggio associato ai barbari

Per un antico romano possedere un tatuaggio era come essere equiparato ad un barbaro. Nessuno, se non gli schiavi, ne possedevano uno. I barbari, invece, li utilizzavano per differenti scopi ed esistono molte testimonianze che confermano la presenza di tatuaggi sulla loro pelle. Pitti, Alamanni, Traci e Britanni li usavano per distinguere le varie tribù, per indicare il proprio valore in battaglia e per incutere timore durante le guerre. Per questo motivo i romani ripudiavano qualunque modifica del corpo, la loro idea di superiorità gli imponeva di distinguersi il più possibile dagli invasori e dai vinti.

Il tatuaggio e gli schiavi

Come ho detto prima, gli unici a possedere un tatuaggio erano gli schiavi ed esso serviva per contrassegnali e ricordargli la loro condizione per tutta la vita. Nell’antica Roma essere schiavo significava essere alla stregua di un animale o di un oggetto. Colpisce molto la frase pronunciata da Gaio che recita: “vi sono tre tipi di utensili : quelli che non si muovono e non parlano; quelli che si muovono e non parlano (animali), e quelli che si muovono e parlano (schiavi)”. Uno schiavo era considerato unicamente come forza lavoro per incrementare l’economia dell’Impero, non aveva diritto di culto, di parola e subiva dolorose punizioni corporali ogni volta che il padrone, cioè il dominus, aveva intenzione di infliggergliele. Tatuare uno schiavo significava tracciare un segno indelebile sulla sua pelle che lo identificasse come tale. Il padrone, avendo pieno controllo sulla vita e sulla morte dell’uomo, riconfermava questo suo potere tramite il tatuaggio. Anche nel caso dei liberti, cioè gli schiavi che ottenevano la liberà, rimaneva l’incisione del passato da schiavo.

Tatuaggi inflitti per legge e tatuaggi dei gladiatori

Nell’antica Roma, oltre che sugli schiavi, il tatuaggio veniva inflitto anche a chi infrangeva la legge. Ai disertori veniva tatuata o marchiata a fuoco la lettera “F” di fuggitivo, in modo che chiunque la vedesse potesse rendersi conto del grande disonore che ricopriva la persona. Anche i gladiatori utilizzavano i tatuaggi; essi potevano averli sulle braccia e sulle gambe ma non sul volto. I romani reputavano che il viso, essendo creato ad immagine e somiglianza a quello di Dio, dovesse rimanere pulito e non corrotto da simboli creati artificialmente.

I tatuaggi nelle legioni

L’unica connotazione positiva dei tatuaggi nell’Impero Romano la possiamo trovare presso i legionari. Essi, sentendosi una comunità a parte molto unita, erano soliti tatuarsi il nome della legione o il simbolo che li contraddistingueva. In rari casi, se l’imperatore era molto stimato, si tatuavano il suo nome sulle braccia; non tutti gli imperatori, però, gradivano questa pratica.

Come venivano fatti i tatuaggi nell’antichità?

Da alcune fonti sappiamo che venivano utilizzati solo i colori nero e rosso. Il nero veniva ricavato dal carbone disciolto e infiltrato sotto la pelle, mentre per quanto riguarda il rosso si ipotizza l’uso dello zafferano ma non ci sono fonti che possano stabilirlo con certezza.

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